Stava a occhi chiusi, seduta sulla panca di legno reso liscio e lucido dal tempo, appena fuori dell'uscio della sua piccola abitazione, la schiena a ridosso del muro di pietra, il capo reclinato all'indietro. Riposava immersa nel suo piccolo spicchio di mondo, godendo di ogni più fievole alito di vento con ogni fibra del suo giovane corpo. Nell'aria di quella sera di primavera inoltrata, pregna dell'afrore acre e forte delle galline che razzolavano poco distante, cercava l'effimero dolce odore del pruno e del ciliegio in fiore, che si mesceva con quello aromatico della salvia, del rosmarino e del finocchio selvatico. Udiva in lontananza, giù al borgo, il rumore ritmico della risacca, debole sulla spiaggia e più forte sulla scogliera, che giungeva fino a lei sulle ali della brezza odorosa di salsedine, e poi si disperdeva quando questa si insinuava indiscreta tra le fronde amarognole e cupe dei castagni del bosco. Ancora, l'avanzare furtivo di una volpe che faceva la posta alle galline, e il respirare sommesso e tranquillo del cane, che sapeva che non si sarebbe avvicinata fintanto che lei e sua madre fossero rimaste nei pressi.

Come chiunque nato e cresciuto in Capo di Monte, riusciva a fondersi nella mutevole, melodiosa sinfonia, che incessantemente penetra e si dissolve negli intriganti profumi che aleggiano in ogni più remoto anfratto dei suoi boschi. E, fondendosi in essa, godeva del raro, appagante privilegio di percepirne e fare propria ogni nota più lieve e ogni fragranza più delicata.

Il sole era ormai tramontato e l'aria umida stava iniziando a penetrare attraverso i suoi abiti logori. Si cinse le spalle con le braccia, poi avvertì i passi appena strascicati di sua madre, che si stava approssimando. La sentì accasciarsi pesantemente sulla panca, accanto a lei.

"La luna sta cambiando", sospirò la donna, dopo aver appoggiato al muro la schiena dolente per le lunghe ore trascorse curva al telaio. "Ormai non può mancare molto."

Solo allora Argentina riaprì gli occhi e volse lo sguardo al cielo, nel punto in cui sapeva che avrebbe visto la luna. Un disco quasi perfetto di cristallo opalino si era da poco affacciato oltre la cresta di Capo di Monte, enorme come sempre, quando era appena sorto. Le sembrò impossibile che quella fredda presenza lontana, che non gratificava il mondo dispensando gioiosi suoni o delicate fragranze, potesse far nascere i bambini. Eppure, la certezza che la luna quella sera avrebbe fatto nascere il figlio di Primofiore la assalì con l'ineluttabilità di un funesto presagio, e un brivido freddo le percorse le membra, lasciandole un'ombra scura nel profondo del cuore. Il cane posò su di lei i suoi grandi occhi color del miele; indugiò qualche istante perplesso, fissandola mogio con le orecchie basse e il muso reclinato, e poi andò ad accoccolarsi silenzioso ai suoi piedi.

Argentina abbassò nuovamente le palpebre, ma ormai l'incanto era svanito e l'inquietudine si era impossessata di lei. Ripensò a quanto sua madre le aveva confidato qualche giorno prima. In casa erano rimaste loro due sole, da quando sua sorella Bianca si era sposata, suo fratello Tomasino era stato costretto a fuggire lontano e suo padre era partito. Sedute su due vecchi ceppi, avevano appena terminato di mangiare una spessa fetta di pane scuro intinta nella zuppa di fave fresche, che da sempre costituiva la loro cena in quel periodo dell'anno. "Presto Primofiore partorirà un bambino", aveva sospirato la donna. Sospirava molto più frequentemente, da un po' di tempo, come se un pesante fardello le gravasse sul petto e l'avesse fatta invecchiare di colpo, accentuandone la ruga profonda che le correva orizzontale in mezzo alla fronte. Poi aveva proseguito, e Argentina poteva ancora vederla, mentre scuoteva desolatamente il capo con le mani giunte, in un gesto che le era diventato abituale: "Un bambino che nessuno vuole. Perché è il frutto del peccato. Ma, mi domando io, che colpa può averne, povera anima innocente?"

Lei si era limitata ad assentire, senza capire quasi nulla. Sapeva solo che Primofiore era la bellissima giovane figlia di un ricco mercante di tessuti genoese, che si era da poco trasferito giù al borgo, e al quale suo padre soleva vendere le pezze di velluto che venivano tessute in casa. Argentina confidava che, tacendo lei, sua madre si sarebbe risolta a proseguire. Ma, invece di continuare, la donna era scoppiata in un irrefrenabile singhiozzo. Lei aveva tentato di consolarla, prendendole una mano e stringendola forte. Poi, constatato che non accennava a smettere, aveva provato a domandarle: "Madre, ma se il fatto che nessuno voglia il bambino di Primofiore vi fa soffrire tanto, perché non lo teniamo noi? Una bocca in più da sfamare, ora che in casa non ci sono più né Bianca né Tomasino, che differenza può fare?"

Sua madre aveva cominciato a singhiozzare ancora più forte. Poi, scossa dai singulti, era riuscita a dire: "Non possiamo tenerlo noi: lo uccideranno appena nascerà, povera creatura del Signore!"

"E perché mai dovrebbero uccidere una creatura del Signore?"

Ma, anziché rispondere, la donna si era tappata la bocca con una mano e non aveva aggiunto altro, né quella sera, né le sere successive. Si era limitata a spiegarle cosa avrebbe dovuto fare, quando il momento fosse giunto. Glielo aveva detto una sola volta, ma lei non lo avrebbe dimenticato mai.

Quasi evocato dai suoi pensieri, udì uno scalpiccìo di piccoli passi in lontananza, lungo la stretta crêuza che, dal borgo di Camogli, ripida e tortuosa saliva in mezzo al bosco fino al loro piccolo abitato. Non ebbe bisogno di guardare: sapeva già che Menichin stava sopraggiungendo di corsa; nessun altro avrebbe avuto motivo di correre fin su, a quell'ora tarda. Istintivamente si irrigidì sulla panca. Sua madre si avvide del suo cambiamento e tese le orecchie a sua volta. Il suo udito non era più quello di un tempo, ma ben presto riuscì a scorgere il bambino che si arrampicava lungo l'erta, lesto e agile come uno scoiattolo.

Menichin era ancora distante quando Argentina si alzò, entrò in casa e con le pinze separò le poche braci rimaste, le sospinse in fondo al focolare e le coprì di cenere, in modo che il fuoco non riprendesse vigore. Poi afferrò alcune fasce, logore ma pulite, che da tempo sua madre aveva messo da parte, e le sistemò tra le pieghe delle veste. Uscì, accostando l'uscio con cura; dispensò una carezza al cane, ricontrollò che le galline fossero al sicuro nel loro recinto ed infine si volse verso la madre. Questa, alzatasi, pallida come un cencio ed improvvisamente malferma sulle gambe, rivolse gli occhi al cielo e poi si fece il segno della croce: "Madonnina Vergine, proteggilo tu!" sospirò, ormai senza più lacrime, perché più non gliene restavano.

Si voltò proprio quando Menichin si era appena fermato, dirimpetto alla piccola abitazione, ancora ansante per la lunga corsa, la schiena piegata, le mani appoggiate sulle cosce mentre cercava di riprendere fiato. "Donna Marieta, hanno appena mandato a chiamare la levatrice", riferì, come gli era stato ordinato da sua madre.

Marieta abbozzò un sorriso al bambino e gli porse in ringraziamento un paio di castagne secche, che lui accettò ricambiando il sorriso. Poi si accomodò la veste e, senza dire una sola parola, si mise in cammino, certa che Argentina e Menichin l'avrebbero seguita.

La zona della Fravega, 'la Fabbrica', era piuttosto estesa, occupando buona parte delle alture a levante del borgo di Camogli. L'abitato posto in prossimità della Croce era tuttavia decisamente minuscolo: vi si contavano appena quattro fuochi domestici. Ma, al passaggio del triste corteo, da ognuno degli usci si affacciò un volto amico.

"Marieta, che la Vergine ti aiuti!" le augurò donna Giselda, con la più piccola stretta al seno, due maschietti attaccati alle gonne e una giovinetta più grande che si fece il segno della croce. Marieta ricambiò lo sguardo in silenziosa gratitudine. Donna Giselda era stata la sua confidente nel momento del bisogno e, anche se né lei né nessun altro avrebbe potuto aiutarla, l'aveva sostenuta con tutto l'affetto di cui era stata capace. Era stata donna Giselda a suggerirle di supplicare Argiroffo, il marito di Primofiore, di consegnarle il corpicino del bimbo, perché si potesse occupare lei della sepoltura. Sicuramente sapere che non sarebbe stato gettato a mare con l'immondizia le avrebbe potuto portare un po' di conforto. L'uomo dapprima non ne aveva voluto sapere, ma poi qualcosa o qualcuno l'avevano indotto a cambiare idea.

"Pregherò per tutti voi", salutò donna Lucrezia, quando il trio transitò davanti alla sua casupola. A garanzia della sua promessa, alzò gli occhi al cielo e giunse le mani sul petto prosperoso, che si gonfiò sollevandosi lento al suo triste sospiro.

"E per il vostro angelo", aggiunsero quasi in coro donna Alberta con sua figlia Pietrina. Pietrina era coetanea di Argentina e, come lei, non aveva capito nulla di quanto stesse accadendo. Lo stesso si poteva dire di suo fratello Lodovico, di poco più grande, che, pallido in volto, lanciò un'occhiata in tralice ad Argentina, dall'interno dell'abitazione, senza avere il coraggio di guardarla in viso.

I tre uscirono dall'abitato. Donna Marieta, alla testa del gruppo, ne regolava l'andatura. Dietro di lei Argentina e Menichin avrebbero potuto procedere molto più speditamente ma, nonostante l'impazienza, entrambi rallentarono per tenere il passo della donna.

La luce del giorno era ormai impallidita, ma i loro occhi si erano adeguati al perlaceo chiarore della luna quasi piena, soffuso dalle fronde dei castagni del bosco, ad illuminare la crêuza, così stretta da essere appena poco più di un sentiero, e a proiettarvi un gioco spettrale di ombre lunghe e scure.

Percorsero un buon tratto, scendendo gli scalini che erano stati modellati a ridosso delle numerose radici affioranti, e raggiunsero una piccola cascatella, che formava una pozza di acqua limpida, da cui defluiva un modesto ruscelletto. Superarono il ruscello, sfruttando un paio di grossi massi piatti, collocati lì a bella posta chissà quanto tempo addietro, le vesti un poco sollevate per non bagnarne i lembi. Un tasso venuto alla pozza per abbeverarsi soffiò minaccioso, il pelo ritto e la coda eretta, prima di darsi alla fuga con un veloce scalpiccìo nell'erba e un rumore secco di ramoscelli spezzati.

Proseguirono in silenzio lungo i tornanti della crêuza, per un tempo che parve a tutti interminabile. Trasalirono, quando un grosso allocco, immobile e confuso nelle sfumature della corteccia di un castagno, spiccò improvvisamente il volo in un rumoroso frullare d'ali. Il suo bubolare continuò a riecheggiare inquietante alle loro spalle, finché il bosco si diradò, per aprirsi a un tratto sull'ampio golfo su cui si affacciava il borgo di Camogli. Un raggio di luna si rifletteva sulla superficie del mare, e faceva baluginare di infinite scintille d'argento una sottile striscia sull'acqua nera appena increspata. Una luce sinistra si rifletteva sul massiccio Castel Dragone, che si ergeva imponente sugli alti scogli della minuscola isola rocciosa antistante il borgo. Istintivamente, Argentina rabbrividì.

Scesero ancora un poco, finché si trovarono tra le case del borgo. Con passo deciso Marieta imboccò il caruggio largo, mentre Menichin si dileguava, per correre ad avvisare la madre del loro arrivo. Marieta oltrepassò le abitazioni signorili, dagli eleganti portali di lavagna scolpita; si segnò transitando davanti all'edicola della Madonna dei Gotti, a quell'ora ancora deserta; infine imboccò il caruggin, che conduceva alla ciassetta prospicente il porto del piccolo borgo. Lì una ripida rampa di scalini lastricati di lavagna portava a un ballatoio sovrastato da un archivolto in pietra, da cui si accedeva alla grande abitazione di Argiroffo da Camogli. Non ritenne conveniente sedersi sulle scale od occupare il ballatoio. Si sistemò invece su una grossa pietra piatta un poco discosta, dalla quale riusciva a controllare l'ingresso. Argentina si accoccolò davanti a lei e, per la prima volta dopo molto tempo, pose il capo sul suo grembo, confidando che sua madre avrebbe fatto scorrere le dita tra i suoi capelli, come soleva fare quando era piccola. Ma, quando la donna alzò il braccio per accarezzarla, un urlo di dolore squarciò il silenzio della sera, e la sua mano restò sospesa a mezz'aria.

"Il travaglio sta dunque iniziando", constatò donna Matilda, la madre di Menichin, che sopraggiungeva allora.

Le tre donne cominciarono la lunga veglia di preghiera.

Fu solo molte ore dopo che la pesante porta di legno si dischiuse e, nella luce incerta del primo mattino, poterono scorgere la levatrice che si affacciava sul ballatoio, recando in mano un involucro di panni bianchi. La donna volse la testa a dritta e a manca, finché non ebbe individuato Marieta, che si era alzata e stava dirigendosi verso di lei quanto rapidamente le era possibile. Quando Marieta si fu avvicinata, intravide il sangue che imbrattava il piccolo fagotto che la levatrice teneva tra le braccia e fu assalita dall'orrore. Ebbe la certezza che Argiroffo non si fosse accontentato di uccidere la creatura, ma avesse saziato la sua sete di vendetta straziandone il corpicino indifeso. In quel momento si sentì mancare, al pensiero che avesse acconsentito a consegnarglielo solo per avere la soddisfazione di farle sapere che lo aveva ridotto a brandelli. Rabbrividì, e il suo cuore perse un battito, prefigurandosi ciò che avrebbe visto di lì a poco.

Ma quella notte il destino aveva disposto che le cose andassero diversamente. 


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